IL GIORNALE DI VICENZA
14 luglio 2024
La Città si racconta
«Il Barba Sògaro e le sue Corde»
L’Artigiano di San Vincenzo produceva filati dalla canapa grezza.
Nel suo laboratorio il nipote ha realizzato un museo.
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Nel quartiere di San Vincenzo, quasi a ridosso della chiesetta trecentesca, c’è un angolo che conserva parte della sua fisionomia medioevale. E’ il sito di archeologia artigianale del “Cordàro”, sede del laboratorio per la lavorazione della canapa della Famiglia Verona, uno dei più antichi centri che producevano corde.
Lo ha gestito per anni Francesco Verona, nato nel 1894 e deceduto nel 1990. Era conosciuto come “Barba Sogàro”, non per la barba che non aveva mai avuto, ma per aver ereditato dallo zio, “el Barba” appunto, l’officina e il soprannome “Sogàro“, ossia fabbricante di corde.
Non aveva mai voluto modernizzare quel luogo di lavoro. Persino la luce elettrica era rimasta esclusa da questo esercizio sospeso nel tempo. All’imbrunire tornava a casa o andava in qualche stalla a riparare gli attrezzi.
Barba Sogàro partiva con la moglie da Piazza Rovereto, dove abitava, e camminava fino all’Andio, una lunga corsia di terreno ombreggiata da vecchi gelsi che percorreva su e giù. Prendeva sotto braccio una grossa matassa di canapa, agganciava i capi del filo alle “Botesèle” e iniziava a camminare all’indietro per tutta la lunghezza, dosando la fibra che passava fra le sue dita e trasformandola in spaghi e corde di varie misure. Vendeva poi i suoi prodotti o in laboratorio o al mercato del lunedì a Thiene e in altri della provincia, caricandoli su un carretto in legno o sul manubrio della bici.
Si legge nelle cronache locali del 1948 che il vecchio zio era “un pezzo d’uomo, alto due metri con una barba morata che gli adornava il mento… La famiglia viveva con decoro fabbricando funi di canapa“.
La canapa grezza, con cui realizzava le corde, arrivava da Ferrara in balle di 100 chili ciascuna. Venivano sciolte e divise in due. La parte più legnosa serviva per ricavare il filo grezzo per le funi più grosse, con il cuore si otteneva un filato di qualità superiore per la tessitura della tela.
Un patrimonio storico-culturale, valorizzato da Rodolfo Moro, nipote di Francesco Verona, che ha trasformato l’antica corderia in un Museo.
M.P.

